Il Genio e il Divino

Il Genio e il Divino

Ottavo appuntamento in cartellone per la XXXIX edizione del Festival Internazionale di Mezza Estate che inaugurerà, nel chiostro del Convento di San Francesco in Tagliacozzo, martedì 8 agosto, alle ore 21,15. Il direttore artistico del festival Jacopo Sipari di Pescasseroli, che ha firmato il cartellone, realizzato col patrocinio  del M.I.C, della Regione Abruzzo, della Città di Tagliacozzo, grazie alla aperta visione del Sindaco Vincenzo Giovagnorio e del suo Assessore alla cultura Chiara Nanni, della Banca del Fucino e della Fondazione Carispaqpresenterà  alle ore 21.15 nel Chiostro del Convento di San Francesco i Tableaux vivants dedicati a Michelangelo e Raffaello Sanzio, in collaborazione con l’associazione Filarmonica Vittorio Calamani e il Festival della Piana dei Cavalieri. L’orchestra Filarmonica Vittorio Calamani con Massimo Mercelli al flauto, eseguirà l’Offerta musicale di Johann Sebastian Bach. Il Genio e il Divino, un progetto performativo nato dalla collaborazione tra la compagnia Teatri 35, punta di eccellenza nella creazione di azioni teatrali di tableaux vivants e l’Orchestra Filarmonica Vittorio Calamani. Il lavoro nasce dallo studio di due artisti che hanno segnato il Rinascimento Italiano, Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, colti nel loro rapporto con la materia. Pittura e scultura si confrontano, dialogano attraverso la rappresentazione delle opere di questi due grandi maestri, in cui l’elemento naturale è reso attraverso un climax cromatico che consente di passare dal candore del marmo del David di Michelangelo Buonarroti ai colori pastello di Raffaello Sanzio. Il Genio della scultura di Michelangelo e il divino della pittura di Raffaello si misurano con i colori della terra e se nel primo la bellezza è armoniosa e dolente, in cui la materia sembra patire una sofferenza dall’interno, nel secondo è costante ricerca di equilibrio tra le parti, equilibrio delle figure ed equilibrio dei colori.  Nel dialogo tra i capolavori di Raffaello e Michelangelo c’è l’eco di un rapporto effettivamente consumatosi, dal 1504 al 1508, quando i due si trovavano contemporaneamente a Firenze. Quando Raffaello vi si trasferì ventunenne, la città era il più vivace centro di elaborazione della nuova cultura figurativa attorno alla quale ruotavano gli eventi legati a Leonardo e Michelangelo. Raffaello ha sempre dimostrato grande interesse per l’arte di Michelangelo, e il trasferimento a Firenze fu dettato proprio dalla volontà di vedere le innovative opere del Buonarroti, come i cartoni degli affreschi nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Raffaello studiò con attenzione anche il colossale David, capolavoro che Michelangelo aveva da poco scolpito e che il Sanzio riprodusse su alcuni particolareggiati disegni. In numerosi dipinti che Raffaello eseguì tra il 1505 e il 1508 si individuano diverse affinità con le opere di Michelangelo, come nella Madonna Bridgewater, in cui l’uso del colore evoca con efficacia il volume delle figure del Tondo Taddei, o nella Sacra Famiglia Canigiani, il cui San Giuseppe richiama da vicino quello del Tondo Doni. Ma è Roma il vero terreno di scontro tra i due nemici geniali: si ritrovarono infatti alla Corte pontificia di Giulio II, il quale, nel 1508, commissionò al trentatreenne Michelangelo la volta della Cappella Sistina e al venticinquenne Raffaello la decorazione dei suoi appartamenti privati. Il dissidio, ancora latente a Firenze, esplode con fragore a Roma, facendo emergere le grandi differenze caratteriali dei due: Michelangelo pensieroso, schivo, concentrato su sé stesso; Raffaello sereno, socievole, entusiasta della vita. Il calmo mondo pittorico dell’Urbinate sembra in un primo momento cedere di fronte alla travolgente forza dell’universo michelangiolesco, la cui umanità, sospesa tra colpa e speranza appare in contrasto con la morbidezza e la tranquillità che caratterizzano quella dipinta da Raffaello. La potente plasticità dei corpi di Michelangelo trova attuazione nelle figure della Sistina, riuscendo a soggiogare il genio assimilatore del pittore di Urbino. Ma Raffaello non si arrende, anzi studia, e, serenamente, combatte, fino a raggiungere il vertice della sua arte, nella maestosa e serena bellezza che seppe conferire alle figure della Disputa del Sacramento, del Parnaso e della Scuola di Atene. Ed è proprio nella Scuola di Atene che risulta evidente la maniera michelangiolesca: qui Raffaello dipinge i grandi pensatori dell’antichità attraverso i caratteri fisionomici dei più significativi artisti del Rinascimento. Platone è Leonardo, Archimede è Bramante. Eraclito, che siede pensoso, corrucciato, in disparte, non è altri che lui, il nemico, eppure il maestro a cui rendere omaggio: Michelangelo. Il bisogno di Raffaello di identificare uno dei filosofi della Scuola di Atene con il Buonarroti rivela in maniera esplicita la sua segreta ammirazione per l’eterno rivale. Ritraendolo isolato dagli altri, in atteggiamento meditativo, Raffaello dà prova di aver percepito e compreso le intime vibrazioni della solitudine che tormentavano l’anima del grande Michelangelo. Raffaello muore nel 1520, trentasettenne, ben quarantaquattro anni prima del rivale ma senza lasciarsi sfuggire l’occasione di rendergli omaggio, come solo i veri grandi sanno fare. Un insegnamento prezioso per noi ancora oggi. I due grandi artisti dell’arte italiana, saranno posti in relazione con l’Offerta Musicale BWV 1079 di Johann Sebastian Bach. La partitura musicale costituisce la drammaturgia della performance, la quale consente ad ogni attore in scena di eseguire azioni sonore, di compiere gesti in funzione di una meccanica, in un ingranaggio, in cui ciò che viene eseguito è strettamente necessario. La dinamica della costruzione della performance trova il suo equilibrio nella sospensione musicale nel fermo immagine di un’azione in divenire che costringe il corpo ad una tensione muscolare viva e pulsante. L’ Offerta Musicale, è un lavoro che sembra rispondere perfettamente a quella nozione di “epifania d’un pensiero” e nel quale e per il tramite del quale la natura umana si ritrova a trascendere il particolare, pur facendone massiccio uso. Elementi portanti di questo lavoro bachiano sono i Ricercari ed i Canoni, questi ultimi essendo la forma più stretta d’imitazione polifonica, quella che più d’ogni altra rispetta rigorosamente la regola, il “canone” per l’appunto. Due voci o più si sovrappongono in imitazione di sé stesse entrando successivamentead intervalli ravvicinati che, finché non si verifica una modificazione del tema originale nelle diverse parti (facendo così scattare la cadenza conclusiva), continuano a rincorrersi ad infinitum. Questo meccanismo utilizza tutti gli artifici dell’imitazione (movimento contrario delle parti, o retrogrado, per aumentazione o diminuzione) e si distingue dalla fuga tanto per la sua rude semplicità quanto per il suo rigore. È la metafisica aritmetica (non matematica) della combinazione sonora, interamente determinata dal meccanismo combinatorio: ingegnosità, abilità suprema nell’arte della polifonia (che verrà superata soltanto, due anni dopo, dall’Arte della Fuga) che però non cedono mai al formalismo soffocante. Sensibilità, emozione e luce risplendono sempre in ciascuna di queste pagine, che si aprono con un Ricercare a tre voci, un componimento dal tono equilibrato e severo, definito da Luc André Marcel (che lo associa al secondo Ricercare, quello a 6 voci) come “una delle più sapienti e sontuose fughe esistenti al mondo”. I dieci Canoni che seguono, sono letteralmente degli enigmi e come tali sono stati risolti da due allievi di Bach, Johann Friedrich Agricola e Johann Philipp Kirnberger.


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