La musica e I Promessi Sposi di Bonnard

La musica e I Promessi Sposi di Bonnard

Domani, mercoledì 8 novembre in Sala Pasolini alle ore 20, Francesco D’Arcangelo presenta l’opera filmica datata 1922, con l’esecuzione delle musiche dal vivo di Valter Sivilotti. Dopo lo spettacolo degustazione dei Vini della cantina Guerritore

 

Continua Salerno Classica, promossa dall’Associazione Gestione Musica, in collaborazione con il Teatro Pubblico Campano, la Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, la Regione Campania e il Comune di Salerno, guidata dal cellista Francesco D’Arcangelo, in un’ottica di dinamicità, innovazione, esperienza e dialogo, che ha portato la direzione ad ottenere il finanziamento dal Fondo unico per lo Spettacolo per un triennio. Sarà di scena domani, mercoledì 8 novembre al Teatro Pasolini, alle ore 20, il cinema muto con la proiezione de’ I Promessi Sposi di Mario Bonnard, con le musiche originali eseguite dal vivo di Valter Sivilotti. Lo stesso compositore sarà alla testa dei solisti della Ico 131 della Basilicata , con solista il soprano Franca Drioli. 

Tra le numerose transcodificazioni che hanno reso il testo manzoniano sempre attuale, è interessante analizzare I Promessi Sposi di Mario Bonnard, malnoto film del 1922, uno degli ultimi kolossal del cinema muto italiano.

Fin dalla loro pubblicazione I Promessi Sposi sono stati oggetto di transcodificazioni in ogni campo artistico. Non meraviglia, dunque, che siano stati divorati anche dalla bestia famelica della settima arte. La declinabilità e quella che Eco definiva l’intrinseca vocazione cinematografica del romanzo vedono la loro prima rilevante realizzazione negli oggi malnoti Promessi Sposi di Mario Bonnard, uno degli ultimi kolossal del cinema muto italiano. Si tratta di un film in bianco e nero seppia prodotto dalla Bonnard-film di Roma, distribuito dall’UCI nel 1922 e uscito in prima visione pubblica romana nel 1923 a seguito dei tagli di censura fascista. Vincitrice della medaglia d’oro alla rassegna cinematografica di Torino, la pellicola riscosse grande successo. Nel film si assiste ad un tipo di sceneggiatura classica, curata dallo stesso regista, concentrata sull’azione e attenta ai collegamenti, che vede i personaggi collocati in un contesto chiaro. Bonnard si avvalse della direzione tecnica e fotografica di Giuseppe Paolo Vitrotti, operatore cinematografico torinese di grande fama, che per tale incarico fu premiato con un diploma di collaborazione ed ottenne il primo premio nella sezione Film in costume al Grande Concorso Cinematografico tenuto all’Esposizione Internazionale di Torino.

Jean Paul Sartre ha descritto mirabilmente gli effetti dell’accompagnamento musicale nel cinema muto, la sua capacità di fornire un’identità immediatamente riconoscibile a personaggi e situazioni, una necessità logica e rigorosa all’intreccio. «Il film è ripreso a sedici fotogrammi al secondo» e le sequenze hanno il ritmo di un balletto, si aprono e si chiudono con i tempi di una messa in scena teatrale. Le figure che popolano i Promessi Sposi di Manzoni sono fortemente caratterizzate da una complessità d’animo, da quel «guazzabuglio del cuore umano» che le rende uniche. Tenendo conto di questo aspetto, per la storia dei due giovani promessi, Bonnard sceglie l’intensa interpretazione degli attori Domenico Serra nel ruolo di Renzo, che sarà anche Gervaso nel cast di Camerini, ed Emilia Vidali nel personaggio di Lucia, «sempre con gli occhi a terra, sempre con sotto gli occhi due ditate di nerofumo». La Vidali era figlia di un pioniere della produzione cinematografica, divenuta poi celebre come cantante d’opera in Argentina dove si trasferì col marito Mario Parpagnoli, che nel film, ironia della sorte, interpreta la parte di don Rodrigo. Serra e Vidali, grazie ad una sapiente prova attoriale ricca di finezze psicologiche, esprimono al meglio gli umori e i sentimenti dei personaggi descritti dal Manzoni. Tutto il cast è di alto livello artistico, in cui appare evidente l’impostazione teatrale e, come nella miglior tradizione del muto, la recitazione si dimostra carica, molto accentuata ed il labiale facilmente comprensibile.

Ogni riproposta è basata su un rapporto di maggiore o minore fedeltà nei confronti dell’opera originaria, di deferenza o di abuso; ogni nuova interpretazione tiene conto del pubblico cui si rivolge e del grado di memorizzazione diretta o indiretta del romanzo presso quel pubblico medesimo. Chi ha affrontato questa fatica da certosino, di affibbiare un dialogato a un film muto, e di immettervi il maggior numero di battute manzoniane che gli è stato possibile, diciamo subito che, tecnicamente, ha fatto miracoli. Nonostante le diverse opinioni critiche lo sceneggiato di Bonnard, come quello del 1941 di Camerini e quello del 1967 di Bolchi, fedeli su tutti i piani, rappresentano un tributo all’opera originale, elogiata per il suo carattere visuale e cinematografico e per le indicazioni quasi registiche fatte dal Manzoni. Il momento di degustazione avrà quale protagonista la Cantina Guerritore, con tenimenti nella Valle del fiume Irno, eredi di terre e tradizioni antiche che si esprimono attraverso strati di limo e argilla testimoni della origine vulcanica.


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